Il mistero del cadavere scomparso
Carl Reiner, USA 1982, b/n, 89’
Un’operazione decisamente futuribile quella di Reiner, almeno per l'annata '82. Il pedale del film è infatti sorprendentemente un uso molto raffinato del cut-up che permette agli attori del “presente” (Steve Martin) di dialogare con le star del cinema degli anni Quaranta/Cinquanta (fra le quali persino il mitico Bogart…).
La riuscita del film è strettamente connessa al rigore con cui è confezionata tale operazione: l’inserimento di "nuovi" fotogrammi - nuovi nel senso di estranei, alieni, nel senso dell'irrompere sulla scena dell'inaspettato, "nuovo" in un senso epifanico, non nell'accezione del senso dell'ex novo - all’interno del film è talmente curato che si stenta a comprendere subito la natura dell'impianto registico. In questo contesto il b/n risulta funzionale a rendere omogenea l’unione dei frammenti, oltre che rappresentare l'omaggio più ovvio al genere a cui il film è dedicato.
La seconda peculiarità del film, e certamente qui non si tratta di originalità, è contenutistica: trattasi infatti di parodia noir del genere noir. Una meta parodia insomma, che prende in giro se stessa prima ancora che l'intero genere. La parodia viene inscenata a vari livelli. Il più sconvolgente - per chi ama la narrazione - riguarda la trama: complicatissima già dopo i primi cinque minuti (a echeggiare quella – a sua volta impenetrabile - de Il grande sonno?), al quarto d'ora diviene insostenibile, dopo venti minuti inintellegibile, dopo venticinque irreale. Alla mezz'ora gli spettatori meno ostinati iniziano a divertirsi dal momento in cui si intuisce che la trama non trama, se non contro se stessa, un'ordito piano autodistruttivo. Lo scopo del film non risiede dunque in qualche idea sceneggiaturale e il soggetto non è ciò di cui si parla - a meno che non si voglia attribuire a Reiner qualche malattia mentale - ma è ottenere qualcos’altro: la creazione di un’atmosfera come bersaglio caricaturale. Precisamente l'atmosfera "noir", quella rigorosamente in b/n, con i personaggi tutti d’un pezzo, con l'investigatore cinico che si ritrova subito incasinato in un caso decisamente più grande di lui ma che con sagacia, spocchia, un po' di gnocca e qualche botta - a lei e al mafioso di turno - riesce brillantemente a risolvere.
Reiner, delineato così il territorio della sua pellicola attraverso l'adozione di un canone di genere rintracciabile nella struttura e nel contenuto della sceneggiatura, si permette una tripla ironia: prende per il culo un genere, se stesso, e le indiscutibili star della vecchia Hollywood.
I vecchi attori (rimandiamo ai titoli di coda del film che rivelano sia i nomi degli attori, sia della pellicola da cui è stato estrapolato il frammento) vengono manipolati, pur in modo visibilmente rispettoso, ironicamente: le battute originali vengono cambiate con nuove battute maliziose, fuori contesto, inopportune, sconclusionate, attivando una sorta di straniamento, una ridicola paradossalità cinestatica. La sensazione generale che si prova è di un notevole ridimensionamento spaziale, un collocare con i piedi per terra i divi del passato che, all’interno della trama, altro non fanno che fare da spalla al protagonista. Sono e rimangono giganti - il film non è mai, in nessun momento, iconoclasta - sulle cui spalle si siede però il detectiv Steve Martin.
Imperdibile, ASSOLUTAMENTE IMPERDIBILE!!! la scena in cui Steve Martin prepara il suo "tiramisù" a Burt Lancaster!!!!!!!!!!!!!